Stefano Filippi e Paolo Mariani

Stefano Filippi, giornalista professionista, è caporedattore del mensile «Tracce» dopo avere lavorato a «L’Arena», «Il Giornale» e «La Verità» come caporedattore e inviato speciale. Ha scritto “Giustizia e persona. Quando il carcere cambia la vita” (Bietti) e “La vera storia di papa Francesco” (Barbera). È presidente della sezione veronese dell’Ucsi (Unione cattolica stampa italiana).

Camera dei Deputati, Roma – 7 luglio 2026

Solo qualche breve pennellata – anche molto personale, se mi consentite – perché ho conosciuto Paolo Mariani attraverso un amico comune che stimo molto.
Ricordo l’impressione che ho avuto quando ho visto le sue opere. È stata un’impressione fortissima perché richiedevano in qualche modo di immedesimarmi non soltanto nel quadro.
Quando ci si trova in un museo, si passano in rassegna i quadri, e uno guarda una figura ben definita, contestualizzata.
Abbiamo, come dire, una visione, un modo di guardare le opere d’arte, abbastanza “classico”.
Con Mariani bisogna togliersi di dosso questo abito. Bisogna entrare nell’opera ma, in qualche modo, anche entrare nel personaggio.
A me quello che ha affascinato subito è stato capire che uomo era. E si è capito: un uomo pieno di vita, pieno di entusiasmo, di voglia di fare, di prendere la realtà e non farsela scivolare sopra.
Poi ho scoperto che avevamo anche delle passioni in comune.
Lui ritraeva delle zone, degli angoli, dei “luoghi del cuore” che erano non soltanto luoghi che conoscevo, ma dei luoghi ai quali ero legato. Non parlo soltanto del lago di Garda ma della Maremma, di certi angoli di Laguna.
Certi luoghi vengono vissuti tanto d’estate ma, secondo me, lui li frequenta soprattutto fuori stagione, perché fuori stagione è il momento nel quale si vede la natura, la realtà, l’ambiente più vivo, quasi selvaggio.

E ricordo appunto in particolare due opere che mi erano veramente piaciute molto.
Una è “Lazise, tramonto con telefonata”, che è una composizione di colori meravigliosa e… poi c’è quell’angolino, quel “puntino” che è una presenza dentro questa realtà. La cosa bella è che Mariani non è un giudice che dice “non va bene” — perché io immagino poi che lui, in quel momento, si ricordasse il telefonino per un seccatore o qualche persona che parlava a voce alta, insomma esperienza che facciamo tutti. Ma nella sua opera non c’è una condanna, non c’è un giudizio morale. C’è quasi una compenetrazione, quasi una comprensione.
È chiaro che lui ha molto a cuore il passato. Se non avesse a cuore il passato non avrebbe questo uso dell’agenda, questo recupero dei momenti più cari, più intensi, questo desiderio di trasferirli, di comunicarli. Ma non è soltanto una persona legata al passato, è una persona profondamente immersa nel presente, soprattutto uno che guarda avanti e quindi questo telefonino — che è messo in un angolino, che non è disprezzato— c’è. È parte della nostra vita.
Mi è sembrato un modo molto affascinante di tenere insieme il paesaggio e la modernità.

Lazise, tramonto con telefonata - Agenda 2002 (Acrilico e carta su tela cm 100x120)
Lazise, tramonto con telefonata – Agenda 2002 (Acrilico e carta su tela cm 100×120)
L’altro quadro che mi era piaciuto è “La spiaggia di Boccasette”. A me e mia moglie piace andare ogni tanto in questa spiaggia veneta, forse non ne avrete mai sentito parlare, si trova sul delta del Po. È un posto sostanzialmente sconosciuto. Al mare ci vanno gli abitanti della provincia di Rovigo, qualcuno che conosce la zona e a cui piace frequentare quelle zone.
In questo quadro c’è tutta la forza della natura, perché quella spiaggia è una spiaggia dove per tre mesi ci sono due stabilimenti balneari che vengono costruiti a giugno e demoliti a settembre. Poi le tempeste, le mareggiate la fanno da padrona.
È un quadro che trasmette questa potenza dell’elemento naturale.
Questi tronchi, questa sabbia dai mille colori, dalle tante sfumature di giallo, il colore del mare… e in questo contesto ci sono dei piccoli segni rossi. Il rosso è il colore della passione, il colore del fuoco, il colore del desiderio. Quindi cosa poteva essere questo rosso?
Io penso che in quel luogo, dove c’è il trionfo della natura selvatica, c’è come una passione nascosta, una presenza viva e palpitante. Anche le opere dell’uomo, tutto sommato, in quella zona sono soltanto dei tronchi piantati. Grossi tronchi piantati come fossero dei piccoli moli verso il mare per proteggere la spiaggia. Sono gli unici interventi dell’uomo in quell’area. Il resto è spiaggia, arbusti selvaggi, dune. Le case più vicine sono a 6 km, ci vogliono 7 minuti di macchina, quindi è veramente un posto dimenticato da tutti. Se uno vuole un po’ di tranquillità ve lo consiglio, non è neanche facilissimo arrivare, devo dire.
Ecco, io immagino che anche questo racconto della natura così essenziale richiami i cent’anni del futurismo e l’Aeropittura.
L’Aeropittura e il suo modo di guardare, Mariani e la passione del volo — cioè il desiderio anche di guardare dall’alto le cose.
Dall’alto tu vedi tutto, ma in realtà cogli che cosa? Non il dettaglio. Cogli l’essenziale delle cose.
Cogli i temi di fondo, vedi i colori della pianura, i colori delle coltivazioni, i colori delle case. Vedi come scorre l’acqua, ti immergi in qualche modo in millenni di evoluzione anche geologica.
Quindi vedere le cose dall’alto ti dà un’essenzialità, una purezza in qualche modo – e, secondo me, il segno di Mariani è proprio questa purezza.
Questa semplicità. Questo desiderio di andare alla radice delle cose.
Perché poi, nelle grandi passioni, c’è sempre un desiderio ultimo, che è quello di scoprire la Realtà. Il vero grande desiderio è scoprire che “cos’è che fa le cose”, che cos’è che ci porta al mondo e che cos’è che fa nascere tutti i desideri che abbiamo.
Ecco, in breve ho detto quello che a me hanno sollecitato le opere di Mariani, e gliene sono profondamente grato. Mi sta molto simpatico devo dire, quindi sono anche in imbarazzo a parlare di lui, però sono molto contento di averlo conosciuto e gli auguro un futuro pieno di soddisfazione.