“Motoreee!” Aveva gridato il direttore di lancio al pilota. Come un automa eseguo le manovre imparate nei mesi del corso. Raggiungo il portellone aperto e ventoso…“Vai!”.
Mi sento precipitare, nessun appiglio per fermare quella situazione angosciante. Secondi folli. Infiniti.
Di colpo mi sento trattenere, la velocità diminuisce. Guardo in alto: mi appare maestoso e rassicurante il disco bianco del paracadute aperto. Il frastuono assordante di qualche attimo prima si è tramutato, in un istante, in silenzio e liberazione. Mi sento in un’altra dimensione. Inizio a distinguere i colori che si fanno sempre più nitidi e vivi. Altri paracadute mi accompagnano silenziosi e lontani. Quelli più alti immersi nei turchese, quelli più bassi sembrano palloni bianchi che si stiano perdendo tra mille campi di verdi differenti.
Mi sento orgoglioso: finalmente ho conosciuto direttamente le sensazioni ed emozioni che Tullio Crali espresse nel suo capolavoro del 1939 “Prima che si apra il paracadute”.
“Primo lancio a Campoformido”, opera in qualche modo di ispirazione futurista nella tematica e nella composizione.
