La scoperta di un eco di unquadro di klee ne “La Barcolana"
Fare un bilancio a fine anno è un impulso naturale. Quest’anno, in cui mi sono esposto molto più del solito nella mia attività artistica, la riflessione più importante non può che riguardare il mio lavoro.

Ho piena coscienza del legame profondo e imprescindibile che, per me, unisce il fare artistico al lavoro della memoria, tanto da sentire la necessità di dichiararlo apertamente, già nei titoli delle opere, attraverso il riferimento alle Agende — un tema di cui ho spesso parlato.
Si tratta di una memoria soggettiva e consapevole, un filtro attraverso cui rielaboro esperienze ed emozioni alla ricerca di una loro possibile traduzione nel reale.
Negli ultimi mesi, però, ho iniziato a riflettere anche su un’altra forma di memoria: una memoria inconscia e culturale, emersa grazie a confronti stimolanti con critici e artisti.

L’eredità simbolica nell’arte

Nel mondo dell’arte si parla di “eredità simbolica”: un concetto affascinante che descrive un tipo di influenza profonda, non riducibile alla citazione diretta né all’omaggio consapevole.

Molti artisti non citano il passato: lo portano dentro.
L’eredità simbolica agisce come una memoria visiva collettiva, che riaffiora nelle opere senza bisogno di essere dichiarata.

Ognuno di noi si forma nel gusto, nella sensibilità e nei valori all’interno di determinati ambienti culturali. Questi diventano parte integrante della nostra identità. Forme, immagini, schemi compositivi e significati appartenenti alla tradizione visiva che ci è propria possono riemergere nel lavoro artistico anche senza una volontà esplicita, sentieri di ispirazione interiorizzati nel tempo.

Theo van Doesburg - Composizione, 1917

Theo van Doesburg – Composizione, 1917.

Gino Severini, 1911, Le Boulevard

Gino Severini- Le Boulevard, 1911.

Risonanze inattese con grandi maestri

È così che, grazie a Vittorio Sgarbi, ho riconosciuto in alcune mie opere una risonanza con Kandinskij e Azari; parlando con il regista Biello, un’inaspettata assonanza con la dinamicità dei futuristi; e riflettendo in solitudine continuo a scoprire come i grandi maestri che ho amato e studiato nel passato lavorino silenziosamente dentro di me.
Non modelli da imitare, ma presenze interiori.
Le loro immagini, i loro gesti, le loro tensioni formali sono una memoria che non chiede di essere ricordata, perché non è mai stata dimenticata.

 

Una dichiarazione di gratitudine

Certo, non voglio né posso accostarmi ai grandi artisti del passato, né per porre il mio lavoro sullo stesso piano del loro. Al contrario.
Scoprire nelle mie opere tracce della loro eredità mi riempie il cuore di una grande riconoscenza e quasi di un senso di dolcezza: quella di chi intravede, lontano, le luci di casa.