Stefano Filippi, noto giornalista, scrittore e critico d’arte recensisce l’opera e l’approccio artistico di Paolo Mariani:
Colori, colori e ancora colori. Mescolati ai ricordi di stagioni lontane, alle sensazioni risvegliate da gioie e memorie che si riaffacciano alla mente scorrendo le agende del tempo passato. Eco di immagini che si trasformano in sprazzi di luce o in ombre improvvise. Stati d’animo trasfigurati in strati d’animo, in emozioni sedimentate ma vive, presenti, capaci di ispirare il momento attuale. L’opera di Paolo Mariani è un viaggio nei luoghi e nell’anima, una riscoperta della realtà ma anche di sé, una navigazione nei mari del cuore che a volte sono azzurri come il cielo e placidi come un giorno di festa, e altre volte appaiono lacerati da contraddizioni irrisolvibili, percorsi da brividi che rincorrono un’origine.
Mariani è un artista profondamente immerso nella vita. Egli stesso ha vissuto varie esistenze: studente, imprenditore, pilota, uomo di marketing e pubblicità, inventore, sociologo, mecenate, designer. La realtà che gli è data lo attrae e lui vi si tuffa con tutto il suo carico di umanità.
Si fa calamitare dal fascino di scoprire il significato del reale, quanto nell’avventura di maneggiare la materia, fino al punto di creare nuovi materiali.
Per anni l’attività principale di questo artista poliedrico è stata il restauro conservativo di prestigiosi complessi architettonici minacciati dallo scorrere dei secoli. Per fare rivivere il passato e regalare a esso un futuro, Mariani ha brevettato tecnologie e attrezzature da lui stesso messe a punto, impiegate in edifici e monumenti di altissimo valore storico e artistico. Con i primi lavori mise in sicurezza gli scavi archeologici nella chiesa veronese di San Procolo, a due passi da San Zeno, assieme all’architetto Libero Cecchini.
Il rapporto umano e professionale con il progettista veronese sarà fondamentale per la formazione di Mariani, al pari della collaborazione con Tobia Scarpa, architetto e designer veneziano i cui oggetti sono esposti in alcuni tra i più importanti musei al mondo. Dopo San Procolo, fu la volta degli Scavi scaligeri con l’archeologo britannico Peter Hudson.
Da lì il raggio di azione di Mariani negli interventi antisismici e nei risanamenti architettonici prese a estendersi in Italia come all’estero.
La Galleria degli Uffizi e le Scuderie medicee a Firenze. Il Teatro Olimpico a Vicenza. Il Palazzo del Quirinale a Roma. La Cattedrale di San Ciriaco ad Ancona. La chiesa degli Eremitani, con gli ineguagliabili affreschi di Giotto, a Padova. Le Torri medioevali a San Gimignano. Il Palazzo Papadopoli a Venezia con i suoi dipinti del Tiepolo. Ma anche il Palacio Real de Aranjuez a Madrid e il Museo militare nel quartiere di Santa Apolónia a Lisbona.
Alla sua Verona, fuori dalle cui mura secondo Shakespeare non c’è mondo, Mariani ha regalato il restauro completo del balcone di Giulietta, la prima attrazione turistica della città scaligera insieme con l’Arena. Accanto al consolidamento, ne ha ricostruito storia e iconografia in un volume poi tradotto anche in inglese e tedesco. Tutto a proprie spese.
Passato e presente, i due poli che hanno dato energia all’intera sua vita artistica, si sono fusi anche nell’attività professionale.
Ovunque andasse, Mariani si è sempre fatto accompagnare da un’amica inseparabile: un’agenda. Un taccuino di viaggio in cui appuntava pensieri improvvisi, impressioni fugaci, luoghi del cuore, memorie insondabili che non dovevano polverizzarsi con lo scorrere del tempo. Sono pagine su cui, giorno dopo giorno, si depositavano suggestioni, schizzi, appunti di emozioni.
Un archivio di idee che custodisce e tratteggia il percorso artistico. Così, nel momento in cui stava maturando la scelta di ridurre l’attività imprenditoriale, Mariani ha cominciato a dare libera espressività al talento artistico, mettendo a punto una particolarissima tecnica che egli aveva affinato nel corso degli anni, nei brandelli di tregua strappati al lavoro. I brandelli di tempo evolvono in frammenti iconici, scarni ed essenziali, che a loro volta si trasformano in lunghi ritagli di carte colorate applicate sulla tela, alle quali si sovrappongono colori acrilici stesi quasi sempre con la spatola.
È un insieme di materiali diversi che creano un amalgama armonico e suggestivo. È questo impasto a dare forma al percorso creativo, e questa elaborazione artistica prende corpo senza mai tagliare le radici che l’hanno ispirata. Al punto che, nelle composizioni di Mariani, la firma è accompagnata al riferimento preciso al giorno e al luogo che sono stati la scaturigine dell’opera. Anzi, la circostanza stessa diventa il titolo del quadro. “Agenda 1998, giovedì a Trieste, Paolo Mariani 2022”. “Agenda 1998, Paolo Mariani 2019, il forno con pasticceria, Reggio Emilia”. “Paolo Mariani 2022, Agenda 2000, Versilia”.
Il legame tra tempo, spazio, ispirazione, memoria, è inscindibile; è un rapporto capace di dare un nome alle cose. E chi si sofferma davanti alla produzione di questo artista deve in qualche modo immedesimarsi in ciò che lui ha vissuto, ha sperimentato e immaginato, e forse anche sofferto.
Per esempio: “Lazise tramonto con telefonata”. Cielo, rocce, alberi si specchiano nelle acque del Garda mentre un elemento scuro vi risalta come fosse un corpo estraneo alla quiete del lago, forse uno squillo importuno che ha squarciato un’atmosfera irripetibile, forse una chiamata di lavoro che ha riportato l’artista nel mondo reale. O ancora, “Radura con ranuncoli a Malo”.
Ti aspetti una dolce distesa erbosa, un brillante prato verde punteggiato di pianticelle multicolori, soprattutto gialle, e ti ritrovi strisce di tinte calde e trasparenti ad arrampicarsi verso l’alto, protese al cielo, con rosse macchie squadrate che irradiano luce e amore, simboli della vita che pulsa, che spunta e rispunta, e nulla la può frenare. O viceversa, “La spiaggia di Boccasette”. Boccasette è un arenile poco conosciuto strappato al delta del Po, che per nove mesi all’anno – quando non vi sono piantati alcuni rari ombrelloni – rimane in balìa degli eventi naturali.
Sulla tela, tra le infinite sfumature gialle della battigia, si stagliano strisce nere, irregolari, ora sottili, ora massicce, che richiamano la forza irrefrenabile della natura. I tronchi arenatisi sulla riva, la potenza delle mareggiate, il cordone delle dune, la vegetazione che cresce incontaminata nelle lingue di terreno risparmiate dalla sabbia e dalla salsedine. Nel turbine degli elementi, si affacciano tre striscioline rosse, e chissà che nell’immaginazione dell’artista non siano rimasti piantati i grossi tronchi conficcati nel fondale per difendere la riva, tra gli scanni che si allungano nel mare.
Sono l’unico elemento umano in questo angolo disabitato, le sole vestigia capaci di resistere alla natura selvaggia.
L’opera di Mariani è un dialogo ininterrotto tra il passato e il presente, ma anche un confronto introspettivo tra sé e il mondo. Che si trovi in una grande città oppure in un litorale solitario, nei suoi paesaggi l’artista comunica la passione di trovarsi in un luogo affascinante e omaggia la bellezza di ciò che lo circonda e di cui lui, l’artista stesso, non è un osservatore esterno e distaccato ma un soggetto partecipe.
Dalle sue tele balza allo sguardo una vita che palpita, che erompe dalla materia e si fa presente, fuori dal tempo, qui e ora.
È un momento meditativo, una pausa di riflessione priva di affanni e senza nostalgia, e al contempo un modo nuovo di rivedere ciò che fu attraverso l’estro, la fantasia, l’esperienza. Una ri-creazione.